DFA_1989

Messaggi di Fine Anno
Messaggio di fine anno

Contenuto
Il vento della libertà ha spirato, impetuoso e vivificante, nell’anno che volge al termine, segnando in molte nazioni, per iniziativa dei popoli, il tramonto di sistemi politici illiberali e tirannici e la vigorosa ripresa del moto democratico e del civile progresso. Presagi di pace, di speranza, di rinnovamento, di liberazione, dominano questa fine d’anno e ci inducono a volgere lo sguardo in avanti più che a tracciare consuntivi del passato. Certo, si conclude, nel segno dell’ottimismo, un decennio importante, che si era aperto invece sotto oscuri auspici. E l’augurio che oggi vi rivolgo poggia sulla serena consapevolezza delle cose che sono state affrontate ed in parte avviate a soluzione. Ma tutto ciò ci incoraggia a guardare al futuro, quasi fossimo giunti ad un nuovo punto di partenza nel cammino che può condurci verso più vasti orizzonti di democrazia e di progresso. È infatti nel segno delle libertà dell’uomo, nel segno di strutture politiche autenticamente democratiche che è sbocciata questa nuova stagione della libertà. Per l’immaginazione collettiva, la fine della confrontazione, l’archiviazione della guerra fredda, non sono soltanto la conclusione di un’era paurosa, quasi il risveglio da un incubo, quanto piuttosto uno straordinario passaggio verso il nuovo. È come se quella porta che sembrava ostinatamente chiusa al vento della libertà e del rinnovamento, alla speranza della pace, fosse stata prepotentemente aperta, consentendo all’uomo di guardare verso nuove, esaltanti e pacifiche mete. I singolari avvenimenti di cui tutti noi siamo stati e siamo testimoni: il risveglio dell’Est europeo, il coraggioso cammino verso la democrazia politica ed il pluralismo intrapreso dai popoli di quella parte gloriosa dell’Europa, hanno, del resto, profonde e salde radici proprio nel loro patrimonio umanistico, culturale e religioso, nel mondo dei valori dell’immortale spirito umano che richiama alla mente il solo pronunciare i nomi di Lipsia e Dresda, Praga, Varsavia, Budapest, Mosca e Kiev, Riga, Sofia o Bucarest; il solo ricordare il grande contributo dato alla storia dell’uomo dalla cultura e dalle tradizioni nazionali dei popoli dell’Europa orientale, dal polacco al russo, dall’ucraino al magiaro, per citare solo alcuni di essi. Questo mondo dei valori civili, culturali e religiosi, questo mondo della cultura popolare e tradizionale, non era stato mai cancellato, contro i nostri timori, nell’animo di milioni e milioni di uomini, a dispetto dei tentativi di regimi tirannici che tradirono anche moti sinceri di eguaglianza, liberazione e libertà, moti che rimangono parte comunque importante della nostra storia comune. E la maturità e l’impegno dei popoli, il realismo, il coraggio politico e la lungimiranza, bisogna riconoscerlo, di alcuni dirigenti, hanno condotto questi valori a riemergere ed a riaffermarsi al di sopra di anguste considerazioni ideologiche e di mera opportunità politica: e tutto questo con un impeto che ricorda quello del 1848. Questo vasto movimento ha così pervaso l’Europa ed ha condotto all’abbattimento della cortina che divideva, e non solo materialmente, in due il nostro continente, imponendo ai nostri popoli una innaturale ed antistorica separazione. È con viva emozione che abbiamo visto cadere il muro di Berlino, e non già per l’assalto di una folla esasperata dall’ingiustizia e dall’arbitrio, come accadde alla Bastiglia duecento anni or sono, bensì per l’incombere pacifico, e quindi anche più perentorio, di centinaia di migliaia di cittadini che liberamente si sono radunati, liberati dalla paura e dall’angoscia e coraggiosamente fiduciosi nell’avvento di un’era nuova, fermamente determinati a riappropriarsi del loro destino in termini di libertà. Questa nuova stagione della libertà e della pacifica convivenza costituisce certo una grande sfida per i popoli dell’Est europeo, impegnati duramente nella edificazione di stati da riformare e da rifondare e di società da rinnovare; ma costituisce anche, è bene ricordarlo, una grande sfida per noi popoli dell’Occidente. Certo, in quanto accade, e giustamente, la storia riconoscerà parte importante alla serena fermezza ed alla convinta determinazione con la quale noi, nazioni dell’Occidente, nei nostri ordinamenti interni e con le nostre libere alleanze, abbiamo serbato, radicato e protetto, non solo per noi ma per tutti, insieme alla nostra sicurezza, i valori della libertà e del pacifico progresso. Ma ora queste nazioni, le nazioni dell’Occidente, devono dimostrare che gli ideali di libertà e di democrazia non possono essere assunti a difesa di una concezione nazionale ed internazionale statica, a protezione di un benessere morale e materiale, magari anche vasto, ma comunque circoscritto e conchiuso. Certo, caduti i muri, resteranno da colmare i fossati. E fra questi, il più immediato ed il più preoccupante è senz’altro quello economico. Nell’avviarci verso la fine di questo millennio, si prospetta per tutti un compito immane, in particolare per i paesi delle Comunità Europee che si trovano impegnati in prima linea. Il disegno dei padri fondatori dell’Europa comunitaria, di De Gasperi, di Schumann, di Spaak e di Adenauer, va indubbiamente sollecitato, temprato, ampliato, forse rivisto. Anche sul piano della pace e del disarmo, le grandi trasformazioni in atto hanno improvvisamente aperto prospettive che, solo qualche mese fa, potevano sembrare utopistiche. Per la prima volta in quarant’anni, l’umanità può sperare in un mondo in cui la sicurezza di ciascuno non sia più basata sull’equilibrio del terrore e sull’incubo dell’annientamento nucleare. L’Italia, tutto il popolo, ciascuno di noi ha vissuto e partecipato con il cuore e con l’intelletto agli avvenimenti sconvolgenti dell’Est europeo: dall’avvio pacifico che le riforme avevano avuto in molti paesi, a cominciare dalla Polonia e dall’Unione Sovietica, sino alla tragedia immane del popolo romeno, che ha dovuto iniziare il suo nuovo cammino verso la democrazia con una rivoluzione che è costata la perdita di tante vite e un così alto sacrificio di umano dolore. Noi, noi Italia, siamo una nazione di grande ed antica civiltà, che ha saputo darsi in questi anni strutture di libertà e vivere una vita democratica ricca ed aperta, che ha sviluppato una società moderna con una economia avanzata. Per questo, noi siamo chiamati a svolgere un ruolo importante nella storia dell’Europa; per questo, ma anche a motivo della nostra posizione all’incontro fra le culture latina, slava e germanica e le civiltà europea, araba ed africana. Ed in Europa, ciò potremo e dovremo fare, nell’anno che inizia, nell’esercizio del nostro turno di presidenza delle Comunità Europee. Nel mondo, poi, dovremo proseguire un’azione che è ispirata all’imperativo morale di collaborare con tutti quei popoli la cui vicenda è sempre stata intimamente legata alla nostra nel segno della libertà, consapevoli che sono ormai i valori su cui poggia il nostro modello, giustamente, a prevalere, quei valori di pacifica convivenza e di democrazia che, nello spirito di Helsinki e per la comunanza di origini e di civiltà, tendono ad estendere ed a rendere corresponsabili con noi, nel concetto stesso di Europa, gli Stati Uniti ed il Canada. Dobbiamo naturalmente continuare ad agire, noi popoli dell’Occidente, nel pieno rispetto delle scelte compiute dagli altri popoli, in ordine sia al loro sistema politico interno, sia alle alleanze alle quali hanno deciso di appartenere. Per parte nostra, dobbiamo agire in piena responsabilità e con piena consapevolezza del nuovo, nell’Alleanza Atlantica, il cui valore politico verrà, io credo, ad assumere sempre più rilevanza ed attualità rispetto a quello puramente militare. Dobbiamo anche continuare a fornire un sostegno morale e materiale a coloro che, oggi, si confrontano con decisioni epocali. Per questo, al presidente Bush e al presidente Gorbaciov, abbiamo avuto modo di esprimere il nostro caloroso apprezzamento ed il sostegno non solo del governo ma, ne sono certo, di tutte le forze politiche e dell’intero popolo italiano. Ma il mondo non è solo l’Europa, non è solo l’Europa dell’Ovest e dell’Est, non è neanche solo tutta l’Europa e le Americhe. La lotta per la libertà e la pace è inscindibile infatti dalla lotta per la liberazione e per il progresso civile, culturale ed economico nel Terzo e nel Quarto mondo: per la liberazione dall’emarginazione, dalla fame, dalle tirannie locali, dal razzismo di milioni di uomini. Per questo, rammentiamo e facciamo tesoro dei solenni ammonimenti al destino comune dell’uomo e del mondo ed ai doveri di solidarietà che ne derivano, contenuti negli appelli che il Papa ha rivolto al mondo nell’esercizio del suo universale magistero spirituale. Sono tanti, e sono gravi, i mali che insidiano la qualità della vita, infatti, nel mondo intero, nelle civiltà più misere come in quelle più prospere. Mi riferisco all’indebitamento che ipoteca le prospettive di sviluppo futuro in tanti continenti ed al quale l’Italia volge la sua speciale attenzione, offrendo all’opera delle Nazioni Unite un significativo contributo diretto. Mi riferisco alla disoccupazione, specie a quella giovanile, che provoca, fra l’altro, un inurbamento disordinato ed emigrazioni clandestine. Si viene così a creare una dimensione di solitudine per tanti, una dimensione che ha sempre più il sapore amaro dell’emarginazione e che richiede quindi un crescente e reale sforzo di solidarietà da parte di tutti noi. In questo contesto, penso in particolare, e con grande angoscia, alla drammatica spirale del commercio illegale e del consumo della droga, vero cancro che minaccia la nostra società a livello nazionale e internazionale. Mi riferisco al deterioramento dell’ambiente: l’egoismo dei paesi ricchi continua ad alimentare lo sperpero delle risorse mondiali ed a gravare seriamente sull’inquinamento complessivo, mentre i paesi meno prosperi hanno difficoltà a reperire le ingenti risorse necessarie per orientare lo sviluppo in una direzione consona alla nuova coscienza ecologica. Su tutti questi temi può oggi coagularsi uno sforzo di collaborazione collettivo, io credo, che riuscirà e deve riuscire a trascendere le superate distinzioni fra i vecchi schieramenti ideologici. Per poter concorrere a raggiungere questi traguardi, per poter con forza e con autentica autorità, morale e politica, lavorare nella comunità internazionale — dalle Comunità Europee all’Alleanza Atlantica, dal Consiglio d’Europa alla cooperazione mediterranea e all’incontro fra l’Europa dell’Ovest e l’Europa dell’Est — è necessario che noi italiani ci dedichiamo, nel nostro paese, con crescente impegno, a rafforzare la nostra società, per renderla più moderna, più libera, più giusta, più pronta ad affrontare i doveri all’interno e nella comunità internazionale. Per noi, cogliere e sviluppare il significato della nuova stagione della libertà — perché anche per noi ci deve essere una nuova stagione della libertà — significa impegnarci con totale coerenza a rendere più moderne ed adeguate le strutture del nostro Stato e della nostra società culturale, civile ed economica, affinché esse siano veramente a misura dell’uomo. E significa far vincere il diritto ovunque, quel diritto che è garanzia di libertà, contro la violenza della malasocietà, del crimine e della prepotenza. Anche noi, anche noi italiani, non dimentichiamolo, abbiamo bisogno del vento della libertà: perché di libertà ha sempre bisogno un popolo libero. Che il 1990 sia per l’Europa un anno in cui le speranze di liberazione e di pace si consolidino con la buona volontà di tutti i popoli, di tutti i governi, di tutti i cittadini. Che il 1990 sia per l’Italia, per tutti i suoi cittadini, un anno di progresso nell’edificazione di una società democratica, avanzata, più giusta, nel segno della libertà, sotto l’imperio del diritto, così che noi, il popolo italiano, possiamo contribuire, con l’aiuto di Dio, alla causa della libertà e della pace nell’Europa e nel mondo. Buon anno a tutti!
Metadati