DFA_1988

Messaggi di Fine Anno
Messaggio di fine anno

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Questo nostro appuntamento di fine d’anno rappresenta oramai una tradizione nel rapporto fra il Presidente della Repubblica ed i cittadini. È una tradizione a me particolarmente cara, perché mi dà l’occasione di formularvi un sincero augurio di serenità; ma anche permette, mi auguro, a tutti noi, insieme, di compiere una riflessione sull’anno appena trascorso e su quello che comincia domani. Sarebbe forse ambizioso voler tracciare, fin da questa sera, un bilancio complessivo del 1988, tanti e tanto diversi fra loro sono stati i temi che abbiamo dovuto affrontare a tutti i livelli. Ma soffermarci brevemente su alcuni di essi è, almeno io spero, indubbiamente utile. L’anno che finisce ha consentito di mettere a fuoco, in misura ancora maggiore che in passato, una serie di problemi, vecchi e nuovi, che hanno impegnato tutti noi in uno sforzo teso ad ordinare le idee e le priorità, in vista, appunto, di avviare a soluzione, di risolvere questi problemi. Nel 1988 abbiamo avuto ancora di fronte le grandi questioni intorno alle quali si discute da tempo nella nostra società: il risanamento finanziario e la riduzione della spesa pubblica, la lotta alla criminalità organizzata, il recupero di efficienza dei pubblici servizi, le difficoltà nella crescita economica del Mezzogiorno, la crisi dell’intervento sociale, soprattutto nella sanità e nella scuola, l’esigenza crescente di ammodernamento delle nostre istituzioni e la realizzazione di un maggior rigore morale nella vita pubblica. Su ognuna di esse, Parlamento e Governo, forze politiche, sociali e culturali, mezzi di informazione ed opinione pubblica, hanno dibattuto, compiendo anche concreti passi in avanti. In particolare, alle riforme istituzionali io credo che dovremo tutti guardare con tenace impegno e con autentica passione civile. Formulo, perciò, l’auspicio che il 1989 veda, in proposito, la ripresa di un confronto democratico, aperto e sereno, fra tutte le forze politiche. Pur nella legittima prospettazione dei propri progetti particolari, il fine comune deve essere quello di dare istituzioni sempre più efficienti alla nostra Repubblica, in relazione ai profondi mutamenti ed alle nuove esigenze della società civile, sempre nell’ambito di quei principi e di quei valori fondamentali della Costituzione che hanno garantito quarant’anni di vita democratica e nei quali tutti dobbiamo riconoscerci. Questi mutamenti istituzionali, questo adeguare cioè la nostra Costituzione alle esigenze nuove di una società che si è trasformata, vanno anche nella linea di una nostra integrazione sempre più stretta nella Comunità Europea. Ricordo che nel 1992 si realizzerà il mercato unico fra i dodici paesi della Comunità Economica Europea. La società economica forse è già pronta, anzi certamente è già pronta a questa integrazione. Ma sono pronte le strutture statuali? Sono pronte le strutture amministrative degli Stati? E per quello che ci riguarda, è pronta la nostra amministrazione, le nostre strutture amministrative, i nostri governi locali, il nostro governo centrale, il nostro apparato pubblico ad affrontare i problemi in modo tale che il mercato comune non sia dominato soltanto dalle grandi forze economiche, ma trovi una regola e una disciplina comune in vista del benessere di tutti, in una presenza più efficace dei pubblici poteri? Fra i principi ed i valori, certamente costituzionali, di cui noi dobbiamo tener conto nell’affrontare questi problemi di riforma, una posizione centrale continueranno e devono continuare ad avere il rispetto delle regole della convivenza collettiva, e fra queste, quindi, viene come primario l’impegno dei pubblici poteri nella lotta alla criminalità, specie alla criminalità organizzata. È questo un problema in cui tutti, sia ben chiaro, hanno un proprio ruolo da svolgere. Esso richiede, certo, che continui l’azione generosa dei magistrati e delle forze dell’ordine, che questa azione sia costantemente sostenuta da tutti noi. Per vincere questa battaglia, che è una battaglia di legalità, e perciò una battaglia di libertà, è però, sia chiaro, indispensabile l’impegno globale dell’intera amministrazione pubblica — certo, Stato, regioni, province e comuni — ma anche la mobilitazione di tutte le nostre forze morali e civili, specie nelle regioni più martoriate da questo flagello. Senza questa grande mobilitazione civile, morale e politica, vano sarebbe l’impegno, talvolta con grandi sacrifici, sacrifici anche della vita, della magistratura e delle forze dell’ordine. Il 1988 ha visto l’emanazione del nuovo codice di procedura penale. È una grande riforma, perché il sistema normativo realizzato con il nuovo codice di procedura penale, forse più di ogni altro sistema normativo, dà la misura della civiltà e della libertà di un popolo. L’anno venturo vedrà la sua entrata in vigore. La giustizia si realizza ogni giorno attraverso una serie di atti concreti: l’entrata in vigore del nuovo codice ripropone perciò in maniera pressante la necessità di un pronto adeguamento dell’ordinamento giudiziario e delle strutture giudiziarie in genere e richiede uno sforzo imponente di tutti gli operatori del diritto, di tutti gli studiosi, direi anzi di tutti noi cittadini, perché il nuovo codice di procedura penale non solo comporta una profonda innovazione delle regole che disciplinano il processo, ma con esso muta la cultura stessa che è fondamento del processo penale, secondo una linea più limpida di pronto accertamento della verità, in base ai principi di legalità, di rafforzamento delle garanzie di libertà dei cittadini, proprie di uno Stato di diritto quale noi siamo. L’anno che sta per chiudersi ha visto quindi iniziative e decisioni sulle grandi questioni che da tempo occupano il dibattito politico. A coloro che, con serietà e costanza, si sono adoperati e si adoperano per far fronte ad esse, io credo che debba andare il nostro ringraziamento e debba andare, soprattutto, l’incoraggiamento di noi tutti. Ma il 1988 non è stato soltanto un anno di più attenta gestione dei problemi antichi del paese. È stato anche un anno in cui nuovi problemi si sono imposti alla nostra attenzione, o si sono imposti in forma nuova, e che più ancora di quelli antichi toccano in maniera precisa preoccupazioni e responsabilità di tutti noi: individui, famiglie, forze sociali, e non solo delle istituzioni. Penso al problema della droga, penso al problema dell’AIDS, problemi che entrambi tanto attengono anche alla tutela della dignità della persona umana, per i pericoli che sono insiti, se vengono affrontati in modo sbagliato, di creare nuove sacche di emarginazione e creare nuovi dislivelli fra i cittadini. Penso al crescente disagio reale della vita delle nostre città e agli ostacoli, non meno inquietanti, che incontrano i giovani nell’affacciarsi alla vita: dalla ricerca della prima occupazione, specialmente nel Mezzogiorno, a quella della prima abitazione; ma penso anche alla difficile integrazione dei lavoratori stranieri in Italia, che sono venuti nel nostro paese o per avere uno spazio di libertà maggiore di quello che godevano nel proprio paese, o perché spinti dal bisogno. Ma che, non dimentichiamolo, soddisfano alcune esigenze della nostra economia. I lavoratori stranieri che operano nel nostro paese, certo lavorano per se stessi, ma non dimentichiamo che il prodotto del loro lavoro è parte integrante e non secondaria dello sviluppo della nostra economia e della nostra società. Essi hanno dei doveri nei confronti dello Stato che li ospita, ma non dimentichiamo che anche noi abbiamo dei doveri, e dei doveri umani, nei loro confronti. Certo, anche questi non sono temi nuovissimi. Ma hanno tutti avuto, nel 1988, un’accelerazione maggiore. Ad essi dobbiamo quindi volgere un’attenzione speciale, per capirne le connotazioni, per anticiparne le possibili soluzioni. Il paese è cresciuto: è ormai fra i primi paesi nel mondo, in termini di capacità produttive, finanziarie, culturali. Ma proprio per questo aumentano anche le nostre responsabilità: verso il retaggio di problemi che la nostra evoluzione storica anno per anno ci consegna e verso la crescita futura della nostra società. In questo passaggio d’anno ci si prospettano, a mio avviso, essenzialmente due sfide: quella di sviluppare sempre più alti livelli di qualità e di civiltà della convivenza collettiva, e quella di essere sempre più aperti ai processi di integrazione europea ed internazionale, senza i quali un limite stretto si porrebbe presto o tardi allo sviluppo non soltanto economico, ma anche civile della nostra società. Si è parlato molto, sia in Italia che all’estero, dell’eccezionalità del nostro sviluppo economico, delle luci e delle ombre che hanno caratterizzato questo esempio, forse unico in Europa, di crescita e di progresso. Questi traguardi sono stati certo raggiunti grazie alla straordinaria attitudine a padroneggiare le difficoltà, che ci viene riconosciuta nel mondo intero e che abbiamo sempre dimostrato, e che tante volte ha fatto gridare al miracolo. Ma l’affermazione e il consolidamento della democrazia e della libertà, non dimentichiamolo, hanno influito in maniera determinante nel consentire a questo sviluppo di realizzarsi; e proprio in chiave di maggiore democrazia e di maggiore libertà, la società italiana sembra ora richiedere più chiarezza di orientamenti, più rigore di comportamenti, individuali e collettivi. Per progredire ancora verso quella che è stata chiamata “la nuova primavera” della nostra società, dobbiamo superare la logica di una crescita economica che sia basata soltanto sulla produzione di nuove ricchezze e sulla circolazione di nuovi prodotti: il perseguimento di più alti livelli di servizi collettivi e di convivenza civile è anche legato alla necessità di operare nel segno di una nuova misura di solidarietà, concreta e fattiva, senza la quale noi non saremo mai una società pienamente civile. Penso in particolare al bisogno di più ricche e calde relazioni umane, che viene espresso da tante persone che vivono l’inascoltata malinconia del dolore e della solitudine. Penso allo sconcerto di tanti di noi di fronte ad una evoluzione rapida e radicale di modelli di convivenza e di stili di vita. Penso agli anziani, ai minori trascurati, spesso sottoposti a violenza, ai malati e a tutti gli altri che vivono in condizioni di esclusione. E sono questi bisogni che spesso non hanno voce, che raramente giungono alle prime pagine dei giornali, salvo che non vi sia qualche caso drammatico e che quindi spesso non fanno opinione. Ma una società che voglia essere adulta, quale noi vogliamo che essa sia, deve avere occhi ed orecchie anche per queste esigenze. Su di esse si giocano indubbiamente la qualità stessa del progresso e la legittima aspettativa di ciascuno alla propria parte di serenità e di benessere. Ai giovani, sempre giustamente ansiosi di idealità, io credo che possano e debbano essere additati questi obiettivi. Se essi non hanno dovuto lottare in gran parte in prima persona per conquistare il diffuso benessere degli anni ’80, possono però prefiggersi di lottare per il superamento dei costi culturali, sociali e civili, che certamente il così rapido sviluppo del paese ha inevitabilmente comportato. Per farlo, ad esempio, un modo nobile e certamente prezioso per tutti sarà quello di dedicarsi a conservare l’inestimabile patrimonio ambientale e culturale dell’Italia, con amore per i monumenti del passato, con amore per la nostra natura. Per citare un esempio di grande attualità, realizzare un efficace sistema di parchi nazionali e di riserve naturali significa rispondere ad una domanda di natura sempre più intensamente avvertita e significa contribuire a costruire una nuova primavera anche nel nostro ambiente, che è la casa di tutti. Ricordiamoci che questi non sono discorsi astratti. La natura non è soltanto un fatto fisico. Il rispetto della natura, la riconquista della natura, è una misura della moralità della vita di ciascuno di noi e di moralità della vita della comunità. Su una via però così impegnativa non si procede da soli. Su una via che deve assicurare il proseguimento del progresso, occorre che noi continuiamo a confrontarci con il mondo esterno, con gli altri paesi, con il mondo più vasto. Il confronto, su basi di pari dignità con tutti i nostri partners mondiali, richiede un costante aggiornamento della nostra cultura nazionale, che non si può richiudere in se stessa, in uno sforzo che è certo di realismo, ma anche di curiosità, di immaginazione e di fantasia, doti che certo al nostro popolo non mancano. Questo impegno assume, nell’anno a venire, un respiro particolare, perché si innesta in una stagione di grandi speranze e di innovazioni per la comunità internazionale. Il 1988 è stato un anno straordinario, miracoloso, per il dialogo. Un anno che, nei nostri auspici, rimarrà forse a simboleggiare la transizione verso un più costruttivo sviluppo delle relazioni fra i popoli sotto il segno della pace. Abbiamo visto la conciliazione prevalere sui contrasti, ove forse questo non era sperabile, il muro della sordità e dell’incomprensione assottigliarsi sempre di più. Lo sforzo di mediazione delle Nazioni Unite sembra far prevalere la pace nei conflitti che lacerano l’Iran e l’Iraq e l’Afghanistan. E la pace, e non più il timore della guerra, getta oggi più che mai la sua luce promettente sull’annoso conflitto arabo-israeliano e sul complesso dei rapporti fra l’Est e l’Ovest, grazie anche all’impegno profuso dai presidenti delle due massime potenze, che ha permesso di toccare nuovi traguardi, ma grazie anche all’azione fattiva di tante e tante nazioni che hanno favorito il dialogo fra le due superpotenze. E l’Italia è stata certamente in prima linea fra di esse. Questi sforzi hanno portato ad aumentare la comprensione reciproca e, per la prima volta nel mondo, nella storia forse, hanno portato all’adozione di concrete misure di disarmo e quindi di distensione e di pace. Con apporti generosi e originali l’Italia ha recato il suo contributo al raggiungimento di nuovi approdi nella convivenza civile. Nello spirito di iniziativa internazionale che caratterizza l’azione del Governo, confortata da un largo consenso del Parlamento, dobbiamo continuare ad essere pienamente partecipi di questo processo, per consolidarlo e per svilupparlo ancora. Queste sono le riflessioni di cui vi ho voluto rendere partecipi, certo che anche nell’anno a venire ampia sarà la disponibilità di tutti i cittadini ad operare per lo sviluppo civile e democratico del paese e per la causa della pace nel mondo. Rinnovo a tutti un augurio cordiale e sentito per il nuovo anno che sta per iniziarsi. Lo rinnovo a coloro che festeggiano l’inizio di questo nuovo anno nell’intimità familiare, ma anche a coloro che vivono in solitudine e in condizioni di sofferenza, o che, separati proprio in queste ore dalle famiglie, stanno prestando, nell’adempimento di un dovere militare o civile, la loro opera al servizio della collettività.
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