DFA_1987
Messaggi di Fine AnnoMessaggio di fine anno
Contenuto
In questo tradizionale appuntamento di fine anno desidero rivolgere a tutti gli italiani l’augurio più fervido di serenità e di prosperità.
Questo appuntamento offre lo spunto per una riflessione sull’anno che si conclude e sui giorni che ci attendono.
Per effetto del ritmo sempre più sostenuto che la nostra vicenda contemporanea va imprimendo alla storia, appare con maggiore chiarezza e con più incalzante urgenza quanto indivisibili e interdipendenti siano ormai i destini delle nazioni.
L’Italia, in questi decenni di vita democratica e repubblicana, ha dimostrato di saper rispondere a ogni sfida, comprese quelle legate alla sua collocazione sulla scena internazionale, al ruolo dinamico che in essa svolge, al suo consistente rilievo.
Il nostro paese, insomma, ha ben speso la saggezza del suo grande passato e le sue originali doti di immaginazione, di curiosità verso il nuovo e di operosità.
L’anno trascorso ha consentito di confermare un profilo dell’Italia alto e ben delineato, che rafforza la nostra responsabilità e i nostri doveri nella tormentata realtà internazionale, anche e soprattutto verso i popoli che soffrono e si dibattono nelle emergenze della discriminazione e della fame.
Il 1987 ha visto l’Italia ospitare a Venezia il vertice dei sette paesi più industrializzati dell’Occidente; l’ha vista impegnata in una neutrale missione di pace nelle insidiose acque del Golfo Persico, intenta a salvaguardare gli interessi nazionali, in uno con i grandi principi che devono governare la civile convivenza per i popoli; l’ha vista, a prezzo di sacrifici comuni e di rischi individuali, mettere al servizio dei paesi più poveri le sue risorse umane e materiali; l’ha infine vista operare, nelle alleanze e nelle associazioni di cui fa parte e in un ricco tessuto di relazioni bilaterali, per promuovere la causa dello sviluppo, della pace e del disarmo.
Dobbiamo continuare su questa via, rifuggendo da tentazioni di isolamento, di arretramento verso posizioni di chiuso egoismo nazionale, in apparenza forse allettanti, ma sempre dannose.
Che oggi nel mondo tutto sia strettamente collegato, lo hanno dimostrato, proprio nel 1987, i due principali e inquietanti punti di crisi: quello economico, provocato dalla grave e persistente perturbazione dei mercati finanziari internazionali, e quello politico e militare, derivante dall’accentuata instabilità della regione medio-orientale, col perdurare del conflitto tra l’Iran e l’Iraq che non accenna a diminuire di intensità e col riacutizzarsi della tensione fra paesi arabi e Israele, che ha drammaticamente riproposto, in modo pressante, l’esigenza di far coesistere il diritto dello Stato di Israele a un’esistenza pacifica e sicura e il diritto, non meno legittimo, del popolo palestinese a una patria e a un futuro.
E, che tutto si leghi, lo hanno dimostrato, stavolta in chiave positiva, la risonanza universale e l’enorme speranza suscitate dal vertice di Washington tra il presidente degli Stati Uniti e il segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica e l’aprirsi così di una stagione, da noi tutti voluta e faticosamente preparata, nella quale si cominceranno finalmente a distruggere gli armamenti nucleari.
L’Italia del 1988, proseguendo nella necessaria internazionalizzazione del suo sistema economico, dovrà lavorare con sincera convinzione per raggiungere l’importante traguardo del mercato unico europeo: il 1992 dovrà vederci ben pronti ad affrontare quest’ulteriore tappa verso l’unità dell’Europa, una strada lunga e difficile che intendiamo continuare a percorrere con fermezza, perché è la strada giusta.
Nel paese, al migliore profilo internazionale corrisponde uno spirito diverso, cioè un più vivo desiderio e una più decisa volontà di crescita sociale, economica e culturale, di partecipazione e di equità. Tale spirito costruttivo costituisce una conferma della validità dello sforzo comune dal quale quarant’anni or sono nacque la nostra Repubblica, impegno collettivo che ci ha permesso di compiere in libertà e democrazia un grande cammino di pace, di sviluppo civile ed economico, nell’immediato dopoguerra difficilmente immaginabile.
Quasi a fare da contrappeso al successo conseguito, esiste però un problema rilevante e tuttora irrisolto: l’adeguamento delle nostre istituzioni alle esigenze di oggi e soprattutto di domani.
Non solo in Parlamento e nell’università, ma anche nei luoghi di lavoro e di incontro, nelle case di tutti noi, si ripete che le istituzioni non funzionano come dovrebbero, che non rispondono alle attese di una società avanzata. Inoltre, le risorse impiegate dal settore pubblico non danno sempre utilità e rendimenti che sarebbe giusto pretendere. E il fatto che molti problemi della vita quotidiana non trovino concrete soluzioni attraverso le specifiche strutture istituzionali e amministrative può creare, e spesso crea, un senso di delusione e di disaffezione per le vicende della politica, un inconcepibile e inaccettabile distacco tra paese reale e Stato che è allarmante poiché allontana i cittadini dall’idea-guida della democrazia: quella che indica nella politica l’esercizio consapevole di scelte che riguardano il destino di tutti, che devono essere adottate col concorso di tutti.
Dinanzi alle carenze e alle distorsioni, dinanzi a quello che può essere definito il malessere delle istituzioni, gli italiani, e soprattutto le nuove generazioni, sentono il bisogno di una democrazia ancora più moderna che funzioni in modo più dinamico e più efficiente. Si rafforza e si precisa, in altre parole, la richiesta che le istituzioni possano lavorare meglio e in modo più incisivo.
Di fronte a questo “bisogno di Stato” si tratta ormai di porre mano, con intelligente determinazione, ma anche con la gradualità e la prudenza connaturate con le nostre tradizioni e al nostro sistema politico, a un’opera complessa, articolata ma realistica di modernizzazione degli strumenti legislativi e amministrativi previsti dalla nostra Costituzione e dalle nostre leggi. A questa impresa siamo tutti chiamati a partecipare, perché la democrazia è impegno e responsabilità di tutti. La posta in gioco è quella, fondamentale, del superamento del senso di estraneità fra gente comune e Stato, e richiede uno sforzo convergente sia da parte delle istituzioni sia da parte dei cittadini.
Non ritengo che su questi argomenti al Presidente della Repubblica competa formulare specifiche proposte, ma credo sia suo dovere auspicare che, alla denuncia giustificata e motivata delle disfunzioni istituzionali, se si vuole essere credibili e creduti, sia ormai indispensabile far seguire un coerente impegno per procedere a una migliore razionalizzazione del nostro sistema di governo parlamentare, per rendere l’opera del Parlamento e dell’esecutivo più efficace e adeguata alle esigenze di una democrazia ad alto sviluppo industriale quale è la nostra, alle richieste espresse in termini di nuovi diritti e di nuove libertà che provengono dalla comunità civile e dalle forze produttive.
Non si tratta, a mio avviso, di fondare un nuovo ordinamento costituzionale. La Costituzione del 1948, di cui abbiamo celebrato in questi giorni il quarantennale, col suo complesso di principi e di istituzioni, ha garantito in condizioni spesso difficili, talvolta drammatiche, un costante progredire nella libertà, nella pace esterna e interna, una sicura crescita civile, sociale, economica e culturale. Sono proprio questi frutti preziosi, sono proprio le profonde trasformazioni che la Costituzione ha garantito e che sono ancora in atto nel paese, a richiedere oggi il suo adeguamento, nel pieno rispetto dei valori e degli assetti fondamentali.
Questa opera di adeguamento istituzionale chiama gli stessi partiti politici a un compito che deve essere, prima di tutto, di rinnovamento, dall’interno, di un sistema che peraltro costituisce e deve continuare a costituire la struttura portante e lo strumento essenziale della libertà politica. La concezione, l’idea che confina i partiti a una mera funzione di esercizio del potere, con tutte le tentazioni che ciò comporta, deve urgentemente cedere il passo alla riscoperta di un altro ruolo fondamentale che essi possono e debbono svolgere, e cioè quello di organizzatori della presenza dei cittadini nello Stato. Al di fuori di un simile mutamento di prospettiva le riforme istituzionali rischiano di rimanere un esercizio di sterile ingegneria costituzionale senza condurre, come invece devono, all’obiettivo essenziale di promuovere la crescita della democrazia, obiettivo che deve essere da tutti noi tenacemente perseguito.
Uno dei problemi più urgenti, senza dubbio, è la realizzazione di un’incisiva riforma delle autonomie locali, la cui funzionalità va promossa e sviluppata, poiché l’ente locale è il volto immediato dello Stato, il primo momento di contatto fra i cittadini e le istituzioni.
Un’altra strada da percorrere rapidamente è quella dell’ammodernamento del servizio della giustizia. La piena e puntuale attuazione della delega legislativa per il nuovo codice di procedura penale, la riforma del processo civile con alcune auspicabili anticipazioni, l’indispensabile e connesso adeguamento delle strutture, dei mezzi, del personale, che condizionano l’avvio e l’esito delle riforme: sono tutti momenti significativi del cammino verso un sistema giudiziario sempre più moderno ed efficiente, quale è quello immaginato e desiderato dal nostro popolo.
La magistratura italiana ha scritto certamente pagine luminose di coraggio e passione civile: di esse è recente, altissima testimonianza, l’impegno anche doloroso profuso nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata. La magistratura merita il rispetto e il sostegno che hanno testimoniato in essa i padri costituenti nel delineare i principi che regolano l’autonomia e indipendenza dei giudici, nella loro esclusiva soggezione alla legge: autonomia e indipendenza sancite dalla Costituzione per garantire a tutti, in un ordine giusto, il bene supremo della libertà e della certezza del diritto, e non come privilegio di categoria.
Nel disegno riformatore è essenziale anche la riforma della pubblica amministrazione, tema che ho più volte affrontato nei miei interventi. Oggi questa priorità è reclamata dall’urgenza di rendere i servizi di utilità pubblica veramente efficaci, in grado di soddisfare le esigenze di un paese progredito come il nostro. Penso in particolare a un sistema fiscale più equo e meno farraginoso, a trasporti puntuali, a un servizio sanitario efficiente, al superamento dell’emergenza droga, alla difesa dell’ambiente, alla sconfitta di quel “livore” che attenta così gravemente alla qualità della vita nei grandi centri metropolitani, all’impegno serrato contro ogni forma di criminalità.
Se l’Italia degli anni Ottanta ha saputo conquistarsi una posizione di rilievo fra le prime democrazie industriali del mondo, nel suo interno non ha però ancora superato gravi problemi strutturali che attardano e offuscano il progresso complessivo del paese. Non mi riferisco soltanto al pesante permanere della “questione meridionale” e della disoccupazione, ma anche e soprattutto al fenomeno nuovo e inquietante che è costituito dal delinearsi, in seno al Mezzogiorno, di un “Sud nel Sud”, rappresentato da quelle regioni nelle quali un più accentuato ritardo nello sviluppo si intreccia con difficili, se non esasperate situazioni sociali e civili.
Con l’impegno di tutti, un impegno che non è soltanto del governo e del Parlamento, ma anche delle regioni e degli altri soggetti istituzionali che hanno, a diverso titolo, la responsabilità dello sviluppo, si deve realizzare una più credibile, attiva e convincente presenza dello Stato.
E questo deve indurci anche a una riflessione lucida e approfondita sulla necessità di stabilire una rigorosa e selettiva graduatoria delle spese destinate a fronteggiare i bisogni della comunità nazionale. L’obiettivo fondamentale del contenimento della spesa pubblica deve comportare anzitutto l’eliminazione delle aree di spreco e delle voci superflue, ma deve essere anche tale da consentire uno sviluppo sempre più armonioso ed equilibrato, e quindi sempre più giusto. Ciò vuol dire, tra l’altro, la destinazione di maggiori e migliori risorse alla cura delle crescenti marginalità sociali, anche incoraggiando le iniziative del volontariato.
La diagnosi dei problemi che l’Italia dovrà affrontare nel 1988 è relativamente facile; più difficile è prescrivere i rimedi. Credo tuttavia che la superiore concordia nell’interesse del bene comune e la chiarezza sulle cose da fare costituiscano un importante punto di partenza per operare con coraggio, intelligenza e senso di responsabilità nel cammino di progresso che l’Italia ha intrapreso in piena libertà e in spirito di eguaglianza e di giustizia. È questo un compito che riguarda tutti, dal Capo dello Stato al più giovane degli elettori.
È questo l’augurio che formulo a tutti gli italiani che si accingono a salutare l’inizio del nuovo anno, non solo a coloro che lo festeggiano nell’intimità gioiosa della propria famiglia, ma anche a coloro che in questo momento prestano la loro opera al servizio della collettività, dalle forze dell’ordine ai lavoratori addetti agli essenziali servizi, a coloro che sono impegnati lontano dall’Italia e dalle loro famiglie, in missioni di pace o di solidarietà con i più disagiati, a coloro che vivono in solitudine o in condizioni di sofferenza.
A tutti il mio augurio più cordiale perché il 1988, con l’aiuto di Dio, sia un anno di serenità e di benessere!
Metadati
-
Data:
1987-12-31 00:00:00 -
Presidente:
Cossiga -
Luogo:
Palazzo del Quirinale -
Categoria:
Messaggi di Fine Anno -
Tipo:
Messaggio di fine anno